La testa di Apollo, la pesca miracolosa a Salerno

La testa di Apollo per Salerno rappresenta un fiore all’occhiello. Parliamo della testa bronzea di una statua raffigurante il Dio greco Apollo, ritrovata in mare nel 1930. Un reperto che da solo darebbe lustro a un museo, e infatti utilizzato come logo dei beni museali di Salerno.

Il ritrovamento

Il 2 dicembre del 1930, la rete di un pescatore è incredibilmente pesante. L’uomo pensa a una pesca miracolosa, invece nella rete si ritrova una enorme testa di bronzo. Misurava infatti ben 51 centimetri. Dopo secoli in mare, la testa del Dio era ovviamente incrostata e non se ne riconosceva pienamente la bellezza.
Pertanto nel 1933 fu affidata al “più esperto tecnico in materia di bronzi”, Giulio Raccagni, “restauratore onorario nei musei dello Stato”. L’intervento ebbe tempi brevissimi. Subito dopo il restauro fu collocata nel Museo Archeologico Provinciale di Salerno, che era stato istituito pochi anni prima, nel 1927. 

Una scultura antichissima forgiata da un maestro

La Testa di Apollo a Salerno è un reperrto tardo-ellenistico, datato nella prima metà del I sec. a.C. dall’archeologo D. Mustillie. Lo studioso l’attribuisce all’artista Pasiteles, nato in Magna Grecia e definito dagli scrittori antichi summus e artifex diligentissimus. Le morbide forme dell’Apollo, secondo il Mustilli, danno al bronzo “l’impressione di una immediata traduzione dal modello plastico: la mollezza delle carni si avverte nelle guance, nei pomelli e, soprattutto, negli anuli profilati del collo“.

La sistemazione attuale

La testa  di Apollo, simbolo del museo archeologico provinciale di Salerno, è stata sistemata  nella sua sala d’ origine, dopo una chiusura durata più di tre anni per lavori. Nella nuova sistemazione museale il percorso è cronologico con a piano terra una ricca selezione di vasi, gioielli, strumenti da lavoro, ritrovati in varie campagne di scavo. Nella bella sala del dio Apollo, si è aggiunta una installazione audiovisiva che ricostruisce la storia del ritrovamento nel golfo di Salerno nel 1930 da parte di un gruppo di pescatori, della grande testa alta mezzo metro e sulla cui provenienza e datazione (I sec. a. C. – I sec. d. C.), gli studiosi ancora oggi non sono d’ accordo.

Il poeta Ungaretti e la testa del Dio

Una vicenda che suggestionò molto il poeta Giuseppe Ungaretti, che vide personalmente il capo bronzeo durante un suo viaggi nel Mezzogiorno nel maggio del 1932. Tanto che il premio Nobel per la Letteratura ne ricavò una prosa poetica di rara bellezza, “La pesca miracolosa” si intitola il brano, dove Ungaretti evoca la preziosa “restituzione” operata dal mare:


“E’ già quasi notte, e in fila tornano in porto i pescatori d’alici. Raccogliendo le reti, una sera, a una maglio restò presa non la gola d’un pesciolino, ma a un cernecchio, una testa d’Apollo. Fu allora alzata in palmo d’una mano rugosa e, tornata a dare vita alla luce sanguinando per le vampe del tramonto – al punto del collo dove la reciso – a quel pescatore parve il Battista. L’ho veduta al Museo di Salerno, e sarà prassitelica o ellenistica, poco importa: ma questo volto, che per più di duemil’anni fu lavorato dal mare nel suo fondo, ha nella sua patina tutti i colori che oggi abbiamo visto, ha conchigliette negli orecchi e nelle narici: ha nel suo sorriso indulgente e fremente, non so quale canto di giovinezza risuscitata! Oh! Tu sei la forza serena e la bellezza. Quale augurio non ci reca quest’immagine che, fra gli ulivi, è finalmente tornata fra noi”.    

Giuseppe Ungaretti
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